Lanuvini di ieri NOI LANUVINI

E’ retornatu Abberti!!!

Questo non è un articolo come gli altri, è molto di più, è una testimonianza del passato, frammenti di vita che un nostro compaesano, Alessandro VOLPI, ha voluto condividere con noi, impreziosendo il sito e immortalando immagini, storie e ricordi, lasciandole in dote ai Lanuvini che verranno.

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E’ retornatu Abberti“; pronunciando questa, frase esclamata con enfasi ansiosa, dopo essersi messe le mani tra i capelli, Erminia, la cognata, accolse Alberto Volpi, mio nonno di parte paterna, che ritornava dalla guerra, il 6 gennaio del 1919.
A quei tempi la befana non era tanto generosa ma, consegnando Alberto alla sua famiglia, scampato ai rischi della trincea, dimostrò tutta la sua prodigalità.
Alberto Volpi era nato a Civita Lavinia, il 21 novembre del 1877, terzogenito di Enrico e di Anna Catufi che misero al mondo 15 figli, l’ultimo dei quali si chiamava Giacomo, noto ai posteri come Lauri Volpi, il tenore del do di petto.
Nel suo prezioso libro di memorie, L’EQUIVOCO, Lauri Volpi descrive i suoi fratelli come persone aggressive, loquaci, osservanti del punto di vista religioso, sognatori, narcisisti, egoisti e altruisti a un tempo: una mescolanza di vizi e virtù tipici di personalità dal profilo mentale ciclotimico capaci di passare continuamente dall’euforia alla tristezza; erano attori nati e ciò spiega il fascino con cui Alberto attraeva l’attenzione delle persone.
A farne le spese più di ogni altro fu sua moglie, Maria Grassi sorella di Ermina, che accolse Alberto, reduce, come un dono della befana, con il trasporto di una donna innamorata capace di sopportare ogni dura prova per onorare il suo sentimento d’amore.
Maria, il giorno dell’Epifania del 1919, aveva da poco compiuto 34 anni; durante gli anni della guerra, con grande e oculata competenza, aveva gestito, insieme a sua sorella Erminia, il panificio di famiglia sito nel paese di Genzano in provincia di Roma; i suoi figli crescevano bene e non mancava di offrire la sua solidarietà ai più bisognosi; data la mitezza del suo carattere risultava simpatica ai suoi clienti che erano aumentati di giorno in giorno. Varcata la soglia del negozio Alberto salutò frettolosamente Erminia e corse ad abbracciare Maria che lo accolse con lacrime di gioia.
Abberti miu, quanto mi sei mancato in questi anni“; Erminia, che era rimasta sulla soglia del negozio, diceva tra sé “Abberti è peggio du teremoto, te n’accorgerai presto cara sorella.
Dal forno a legna arrivava un odore di arrosti che faceva trasalire ogni palato ed era inconfondibile: abbacchio con patate. Da tempo immemore l’olfatto di Alberto non ricordava tante delizie e al momento l’abbacchio era il desiderio carnale dominante.
Tutta la famiglia si ritrovò a tavola ed attendeva fervidamente di spartirsi la carne di quell’agnello proveniente dall’Agro romano, popolato di greggi e di pastori. Maria conosceva bene le debolezze di suo marito e così Alberto fece la parte del leone nelle ripartizioni; lei finse di non aver fame e ai figli toccò poca carne con molte ossa. L’epifania fu prodiga nei confronti di Alberto e avara verso tutti gli altri componenti del nucleo familiare. Bastò una giornata per comprendere significativamente il gesto di Erminia, quando si era messe le mani tra i capelli.
Il reduce si aggirava per le vie di Genzano con il suo cappello da bersagliere; incontrava i vecchi amici e li incantava con i suoi racconti di guerra; la parola era uno dei doni più significativi di Alberto; gli era servita per conquistare Maria, ma ben presto la mise al servizio delle ricorrenze civili, religiose e private.
Durante l’inverno Alberto proseguiva il suo lavoro di pubbliche relazioni; in parrocchia gli proposero di fare un pò di propaganda per il partito popolare, fondato da poco da Don Sturzo; per questo motivo raramente si affacciava al negozio e quel poco che ci restava, procurava più danni che l’utile, perché Alberto regalava il pane invece di venderlo. Erminia, profetessa come Cassandra, aveva trovato nuovi fioriti epiteti per suo cognato, definito ora l’Apocalisse della famiglia Volpi; ma Alberto, ben istruito da Don Umberto, ribadiva a sua cognata che avrebbero combattuto per dare il voto alle donne, che avrebbero dato la terra ai contadini e che non volevano la lotta di classe, ma la collaborazione responsabile e convinta tra capitale e lavoro; unica nota stonata del partito popolare, a detta sempre di Alberto, era una certa indifferenza dei popolari verso i reduci e le associazioni combattentistiche.
Queste considerazioni le aveva esternate anche ad Annibale Gozzi (Nibbilettu per gli amici), combattente e reduce di Lanuvio. Nibilettu era ritornato dalla guerra insieme a Barnaba, Oleandro, Telesforo e Pompeo, suoi fratelli; unico mancante all’appello era Flavio, ritornato in bara dal fronte nell’ottobre del 1918; se l’era portato via la Spagnola, la maledetta febbre virale che avrebbe causato di lì a poco 50 milioni di morti in tutto il mondo. La scomparsa di Flavio fu accolta con immenso dolore dai fratelli e suscitò la commozione generale dei suoi compaesani. Ad Alberto toccò il compito di proferire l’orazione funebre in memoria di Flavio a un anno dalla sua morte; ricordò ai presenti che, durante la guerra, si erano ritrovati per caso, dopo la catastrofe di Caporetto, il 17 novembre del 1917 ad Alano di Piave con il 264o Reggimento della Brigata Gaeta, ricostituito con la leva dei ragazzi del ’99; in quei giorni riuscirono a fermare miracolosamente sulla linea del Piave la brigata Jäger comandata dal generale tedesco Krauß.
Flavio, forzuto come Maciste, si portava da solo in spalla, sui crinali del monte Tomba, la mitragliatrice Fiat-Revelli Mod.1914, senza mai accennare a un lamento e ripeteva a squarciagola come un grido di liberazione:”Li abbiamo fermati questi bastardi; li abbiamo fermati“.Mentre ricordava con parole appassionate le gesta di Flavio si fermò per un istante e vide quella chiesa gremita da volti rigati da lacrime copiose. Ersilia e Luigi (detto Gigetto), i genitori di Flavio, erano seduti al primo banco con gli altri figli accanto e ascoltarono in un silenzio straziante le parole eucaristiche di Alberto, che erano recepite come un ringraziamento vero e proprio verso una persona che si era sacrificata senza calcoli per la patria. Alla fine dell’orazione funebre, Polimmia, una sua amica, abbracciò Ersilia piangendo e, con commozione viva, esternò il suo sanguinante dolore. “Ersì, le disse, non so se te pò consolà; tu armenu potrai andà a piagne sulla tomba di Flavio; fìemo Adermo non è più retornato; m’hanno riferito che era a Tolmino, il 24 ottobre del 1917; dopo più di un mese so venuti i carabbigneri a dimme che Adelmo era morto e che non s’erano trovate manco l’ossa; io non faccio altro che piagne; non ho na fotografia, non ho na bara,non ho na tomba, n’ce sta piu gnente“.
I reduci vissero quella cerimonia, sublimando il loro dolore nel ricordo vivo; il corteo funebre si avviò al camposanto in silenzio; mio padre Ermanno, il terzogenito di Alberto, (un bambino di otto anni) presente al funerale, mi raccontò più volte la triste storia e glorioisa a un tempo, di Flavio; a stento parlava di Adelmo e della disperazione incurabile di Polimmia e, ogni volta che ne accennava, le lacrime abbondanti rigavano le sue guance.
Il 1919 trascorse con la sua scia di lutti e di morti a causa dell’epidemia spagnola; Alberto ormai si avviava a diventare una celebrità; intanto nell’agro romano arrivarono gli echi del biennio rosso; c’erano manifestazioni di contadini che chiedevano terra e lavoro; anche i conti della famiglia Volpi diventarono più rossi del biennio, ma Alberto se ne curava poco; si era indebitato fino al collo per costruire il suo nuovo profilo sociale.
Verso la fine di ottobre i reduci, nei loro incontri ufficiali, parlavano spesso e con toni animati, dell’impresa fiumana. Alberto, sempre più incurante della grave situazione economica della famiglia, si mise a finanziare la banda musicale di Lanuvio e Maria si adagiava quasi masochisticamente ad assecondare suo marito. Tutte le sere, a famiglia riunita, si recitava il rosario in latino con desinenze pronunciate in piena anarchia fonetica: un fiume di lemmi, intonati da Alberto in libertà, era in linea con l’automatismo linguistico elaborato dalle poetiche futuriste allora imperanti; tra un mistero e l’altro Alberto si concedeva qualche colorita digressione, poiché mancavano all’appello, di volta in volta, alcuni di quelli che si erano impegnati a pregare insieme, figli compresi.
Ermanno intanto, a causa della sua profonda sensibilità, introiettava inconsapevolmente i più strani meccanismi mentali causati dalla personalità edipica di suo padre Alberto; ma a salvarlo, dagli effetti più nefasti, fu la zia Erminia che, in accordo con la sorella Maria, lo portò a casa sua e lo accudì come un figlio. Di quegli anni ricordava in modo particolare la cerimonia con cui venne accolto a Roma il milite ignoto; lui era andato con gli altri reduci, in Piazza Esedra, ad aspettare il feretro; ricordava il valore sacrale di quella bara che entrava con lenta solennità nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli. Il giorno dopo, il 4 Novembre 1921, in Piazza Venezia, tra i vari reduci di Lanuvio vi era suo zio, il capitano Giacomo Lauri volpi. “Vedi quel signore che porta la bara, gli segnalò con l’indice della mano destra, quello è Luigi Rizzo, l’affondatore della corazzata austriaca Santo Stefano“. I reduci della famiglia Volpi e quelli della famiglia Gozzi elaborarono sempre più una visione patriottica e, benché cattolici praticanti e osservanti, si sentivano sempre più vicini alla nascente forza politica che meglio riuscì, in quel tragico dopoguerra, a comprendere i loro particolari sentimenti di comunità e di cittadinanza. Vedevano nel partito di don Sturzo una certa indifferenza verso il significato di quella guerra e percepivano l’imbarazzo della gente comune che voleva mettersi alle spalle quel triste periodo. Di lì a poco accolsero la marcia su Roma come una pesante necessità e fecero di necessità virtù.

Da studente universitario, nei primi anni Settanta del secolo scorso, mi rifiutavo di capire il loro approdo; oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, dico che l’amor patrio non si può cancellare con un tratto di penna come fecero i partiti marxisti del primo dopoguerra; lasciarono all’azione politica di Mussolini immense praterie e lui seppe riempire quegli spazi che i visionari nostrani della rivoluzione non riuscirono o non vollero mai a intravvedere. L’idea della vittoria mutilata entrò nelle loro modeste case, nelle loro vigne, nei loro laboratori, nelle loro parrocchie e a concimare la “rivoluzione” fascista (non furono le minoranze rumorose e autoreferenziali) furono la maggioranze silenziose, stanche di tutte quelle chiacchiere vuote e prive di vere risposte ai bisogni della gente; il resto poi è storia che tutti conosciamo.
Perché, mi chiedo oggi, giustifichiamo Lenin che considerava Mussolini un rivoluzionario e condanniamo i fascisti? Se questi grandi geni dell’azione politica si federano negli stilemi della comunicazione, cosa deve fare la gente comune se non seguirli? Se ad alimentare l’idea di identità nazionale fosse stato l’ideale mazziniano al posto di quello fascista, oggi avremmo un’idea di patria, tanto come identità italiana, quanto come identità europea. Facendo convivere queste identità avremmo concimato nella nostra mente l’idea di libertà e di democrazia tanto cara a chi ritiene, come me, che lo stato di diritto possa convivere con l’esigenza di appartenere. I dittatori, di qualunque colore essi siano, trasformano in nemiche le idee migliori, per appagare la loro bulimia di potere: non importa che si chiamino Lenin, Mussolini, Stalin o Hitler; non importa a quali colori affidino la loro azione politica. Questi signori di volta in volta, sfruttando abilmente il disagio dei loro popoli e alimentandone i bassi istinti, appagano la loro insaziabile sete di dominio; per un po’ riescono a illudere la gente, poi presentano il tragico conto con lutti di massa e immani catastrofi come insegna la storia o forse no. Ermanno, come tanti bambini della sua età, incamerava gli aspetti più disparati di quel profondo malessere che marciava di pari passo con le sventure economiche della sua colorita famiglia.

Alessandro Volpi

Andrea Galati

Autore: Andrea Galati

Laureato in Economia e Commercio, da diciassette anni lavora nel settore finanziario, attualmente è quadro direttivo in una banca che opera nel centro Italia e ne segue gli investimenti, profondamente appassionato di cucina e amante della musica, per anni ha dedicato il suo tempo libero a riprodurre piante di ogni specie, mettendo a dimora centinaia di alberi. Progetti per il futuro: continuare a piantare alberi trasmettendo ad altri l’importanza ed il significato di questo gesto. Il suo lavoro ideale: viaggiare nel proprio meraviglioso paese, alla scoperta del cibo, del vino e delle preziose tradizioni che lo rendono il posto più bello del mondo.

E’ retornatu Abberti!!! ultima modifica: 2018-01-13T01:07:45+00:00 da Andrea Galati

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